Le vie del Madrigale. Il Carocoro

sabato 17 maggio 2014 ore 20.30

Teatro Palladium in collaborazione con l’Università Roma Tre. Ospiti Novi Cantores di Guadalajara e la Schola Cantorum di Alcalá de Henares (Spagna)

“Le vie del madrigale”-Viaggio di andata e ritorno del madrigale per le corti europee del 500′- Concerto in collaborazione CaroCoro/Dipartimento Filosofia, Comunicazione e Spettacolo Università Roma 3. Partecipazione speciale dei cori Novi Cantori di Guadalajara e Schola Cantorum di Alcalà di Henares(Spagna). Concerto per il Festival del Cinema del DAMS -Università Roma Tre-.

Il concerto mette a confronto il linguaggio del madrigale italiano con i diversi linguaggi musicali europei. In particolare ci si concentra nei paesi dove il madrigale ha avuto uno sviluppo ad una sonorità particolare e riconoscibile: Spagna, Inghilterra e Francia. Attraverso questo schema si possono sottolineare le tracce e i collegamenti dal punto di vista stilistico, delle tematiche poetiche e dell’ uso delle risorse tecniche(onomatopea, policoralità, polifonia orizzontale e verticale, ecc).

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2 commenti su “Le vie del Madrigale. Il Carocoro
  1. Eduardo Notrica

    IL MADRIGALE – 17 maggio 2014 – Teatro Palladium
    Coro NOVI CANTORES di Guadalajara, Schola Cantorum di Alcalà de Henares, e Carocoro di Roma.
    Seconda tappa sulle vie del madrigale, ovvero Viaggio musicale per le corti europee del Cinquecento.
    Questa sera ascolteremo alcuni madrigali italiani, spagnoli, francesi e inglesi, che, collegandosi tra di loro, permettono di vedere anzitutto tre cose, sulle quali vorrei attirare la vostra attenzione.
    In primo luogo, vedremo la ricchezza e la varietà di un genere musicale, il madrigale, che a partire dalla fine del Quattrocento e fino all’alba del Seicento conosce un’evoluzione prodigiosa; in secondo luogo, apprezzeremo lo straordinario dialogo che questo genere imbastisce tra letteratura e musica: il madrigale essendo anzitutto poesia cantata.
    In terzo luogo, e da qui partiremo, i madrigali che ascolteremo permettono di scorgere, come in una carta geografica in rilievo, lo straordinario paesaggio culturale dell’Europa del Cinquecento, di cui l’Italia costituisce il centro assoluto, e dal quale si dipartono, come le vie consolari di Roma, delle linee che toccano tutte le corti d’Europa tessendo una trama di rapporti e di influenze, pittoriche, letterarie e musicali.
    Sulle stesse strade che conducono Leonardo, il Cellini o Rosso Fiorentino a Parigi, o Du Bellay e Montaigne a Roma, o Dürer a Venezia, troviamo quasi tutti gli autori dei madrigali che ascolteremo questa sera: Orlando di Lasso, Carlo Gesualdo, John Dowland, Juan Del Encina, Arcadelt, Passereau e Certon. Molti di loro migrarono di corte in corte, in veste di principi, di prelati o di semplici compositori, ma anzitutto in qualità di ambasciatori della poesia e della musica italiana. Il compositore di madrigali, si potrebbe dire, è un musicista che viaggia sempre con i suoi spartiti in una tasca, e un libro di poesia nell’altra.
    Questi musici-viaggiatori portarono, traducendolo o declinandolo, il verbo musicale italiano, e diffusero nella cultura europea quello spirito umanistico nutrito di sentimento e di spiritualità che risplende anzitutto nel Canzoniere del Petrarca. La poesia petrarchesca illumina, con il suo messaggio di dolcezza cortese e italiana, tutto lo sviluppo del madrigale, e la sua luce si riverbera ancora, prima di spegnersi nel mare in tempesta del Barocco, nella poesia del Tasso. Torquato Tasso, il quale ha fornito il testo di uno dei più alti compimenti del genere, il madrigale Ecco mormorar l’onde di Monteverdi, che ascolteremo questa sera.
    Petrarca e Tasso: sono questi i due estremi letterari tra i quali corre il filo musicale del madrigale europeo. E il filo del madrigale è un filo che allenta i nodi che la passione e il tormento amoroso stringono, fino a scioglierli in contemplazione estatica di un principio di pura armonia, spirituale quanto musicale.
    A Laura è dedicato il Canzoniere di Petrarca, che conta quattro madrigali, e questi sono i tre versi conclusivi del madrigale di Tasso/Monteverdi:
    O bella e vaga aurora, / l’aura è tua messaggera, e tu de l’aura / / Ch’ogni arso cor restaura”.
    L’arsura del cuore si placa alla dolce brezza dell’alba. Brezza carica di frescura, ma soprattutto del ricordo di Laura, il cui nome il Tasso fa due volte risuonare nell’omofonia con l’aura – l’aria, facendolo vibrare, due secoli e mezzo dopo, nelle note del suo madrigale. E ancora tutto il gioco di rime ad eco, di rispecchiamenti e di corrispondenze che trapunta la poesia del Tasso è la perfetta immagine di una tradizione, quella del madrigale, che avanza a spirale, o per contrappunto, raccogliendo nel suo slancio le immagini che attinge nella sua memoria letteraria. Petrarca non dimentica Laura, il Tasso non dimentica Petrarca, ed è il madrigale che conserva e prolunga questa memoria, prestando alla bellezza delle immagini la dolcezza del canto.
    Il madrigale, in poesia, è di base un componimento di 2-3 strofe di 3 endecasillabi, chiuse da un distico a rima baciata. In musica è una costruzione polifonica in forma contrappuntistica per gruppi di 3-5 voci imbastita sulle strofe fornite dalla tradizione letteraria. All’inizio, nel Trecento, il madrigale attinge i suoi testi alla tradizione popolare, è parente stretto della frottola e dello strambotto. Difatti l’etimologia presunta del termine: madrigale, da canto delle mandrie, quindi canto rustico e pastorale, rimanda alla sua natura inizialmente popolare. Questa origine non si cancellerà mai del tutto, e alcuni dei madrigali che ascolteremo questa sera mantengono vivo lo spirito della canzone popolare, modulando il cicaleccio delle comari al bucato, o giocando su allusioni erotiche più o meno esplicite. La tradizione del madrigale iberico è particolarmente feconda da questo punto di vista, musicando romances e villancicos, giungendo a esiti goliardici come Hoy comamos y bebamos: un canto al vino e al cibo, perché c’è sempre tempo per digiunare e morire… Ancor più salace e libertino è il madrigale francese, che talvolta, come nel Il est bel et bon e in Je ne l’ose dire, è assai più vicino a Rabelais che non a Ronsard. D’altronde, il Rinascimento è anche il secolo di Eros e dei suoi grandi appetiti sensuali, finalmente liberi di esprimersi dopo le mistiche macerazioni medievali. Uscendo di chiesa, il primo posto che di solito s’incontra è la taverna: ed è lì che la musica del Cinquecento non ha esitato a cercare, come in molti madrigali, la sua fonte di ispirazione, felice di rubare terreno alla musica di ispirazione religiosa.
    Ma nel Cinquecento il prestigio e la diffusione che conobbe il canzoniere di Pietro Bembo, ravvivando la memoria del Petrarca, fornì al madrigale dei testi poetici sempre più complessi, la cui trasposizione musicale determinò un’evoluzione del genere. All’omofonia subentrò la polifonia, il numero delle voci si accrebbe, da 3 a 5-6, intrecciando ritmi rapidi e lenti, registri gravi e acuti, con inusitati salti melodici ed effetti cromatici, affidati alla voce soprana che comincia a distinguersi sulle altre, confinate a sostegno strumentale.
    Questa evoluzione fu dettata dalla complessità poetica dei testi prescelti: una lirica colta che alterna endecasillabi e settenari, ma che soprattutto non attinge più solo ad un sentire popolare e collettivo, come ancora nello spagnolo Del Encina, ma è espressione di un’anima che si confronta con il mistero del proprio sentire, di una sensibilità che ausculta i timori, e i tremori, provocati da un mondo che sguscia fuori dalla sicurezza della teologia per scivolare nell’incertezza della psicologia.
    Da popolare, il madrigale diventa genere affezionato dall’aristocrazia, e conosciamo un madrigale composto da quel valente poeta che fu il re d’Inghilterra Enrico VIII. La corte dei Tudor, come quella dei Valois in Francia, furono gli ambienti più propizi a volgere il petrarchismo italiano in umanesimo europeo. E il madrigale fu uno dei vettori di questo passaggio. “Attraverso la musica, come dice Maria Del Sapio, l’io si conosce, modella il suo sentire, ne indaga la misura e il ritmo.”
    Questo è vero, ma la musica del madrigale, anzitutto indaga, misura ed esalta il ritmo della parola poetica che esso modula. Nel madrigale, la musica rimane al servizio della parola. Anzi, il madrigale celebra, portandole alle sue massime potenzialità, le facoltà espressive ed emotive della parola poetica. Gli effetti cromatici del madrigale cinquecentesco, le sue armonie contrappuntistiche, i suoi giochi di timbro anzitutto potenziano le risorse espressive della parola poetica, che al dire preferisce il suggerire e alla descrizione l’evocazione. Nel madrigale, la dimensione musicale rimane al servizio della dimensione verbale: il cantare è qui un dire che conduce la parola umana ai suoi estremi limiti espressivi. Nel madrigale la voce umana si dilata e si moltiplica fino a lambire i confini della musica strumentale, ma si rimane nell’ambito, che è quello della poesia, di una parola che pretende far capire, e non solo sentire, il mistero dell’essere nelle sue sfumature più sottili.
    Non c’è legno, non c’è ottone, non c’è corda: c’è solo uno strumento umano che serve alla comunicazione dell’uomo non tanto con il cielo, ma con se stesso. Se la musica, dirà Baudelaire con una bellissima espressione, “scava le profondità del cielo”, quella del madrigale, si potrebbe dire, è musica che scava le profondità dell’essere, come la poesia che esso modula.
    Luca Pietromarchi
    (Università di Roma Tre)

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